diario di un fannullone

22 gennaio 2006

primo regalo di compleanno

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KELARTICO / KELARTIC

La versione in Kelartico, la lingua personale di Riccardo Venturi
A Kelartic version, Riccardo Venturi’s personal language

Dedicata all’esperantista Nicola Ruggiero
Dedicated to Samideano Nicola Ruggiero
Duged?nte al to esperant?d?r Nicola Ruggiero

T?RANI AP [Imagine]

Maundr?i gal: John Lennon (1971)
M?siga: John Lennon (1971)
Maundr?i k?lart: Riccardo Venturi (2006)

T?rani ap n? syes? to pard?is
m?ndli, to s? hayg?l
n?geno g?les ?n p?d?i
go pr? n?s, d?ma to vr?no
T?rani ap to g?n
syegv? in to n?s?ont…

T?rani ap n? syes? pladn?i
to n?s? d?sg?l
n? syes? n?bu du gv?st?i nu m?rdest?i norp?r
go n? syes? n?geno religi?n
T?rani ap to ?ll?in
syegv?n? gv? in b?ine

Mog?z d?ist?i syes?m svap?nd?r
al?n n? s?m to eno
dr?v?m t?gg?m insyeenosyez endy?v
go to ?r?b dusyed?le eno

T?rani ap ?r?b aun ho?korr?i
vuntr?m rh? syemon?gsyez
aun bazy?m du p?rkundur un tila
to br?d?rdur m?z in to g?n
T?rani ap to g?n ?ll
s?msyepar?t to ?r?b vyast?nnol

Mog?z d?ist?i syes?m svap?nd?r
al?n n? s?m to eno
dr?v?m t?gg?m insyeenosyez endy?v
go to ?r?b dusyed?le eno.

Odio gli indifferenti

Copiato dal blog del compagno Francesco, mi faccio gli auguri con uno dei tanti testi di un grande intellettuale la cui cognata aveva il nome più bello in assoluto.

Odio gli indifferenti

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva; e la massa ignora, perché non se ne preoccupa: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti

Antonio Gramsci, 1917

20 gennaio 2006

il fiore

Sempre dall’eterno romanzo della mia vita “Diario di un fannullone”
(continua…)

12 gennaio 2006

7 anni fa

Una voce ingenua:
“Ma cosa abbiamo di De André?”
“Tutto, e se non abbiamo tutto, abbiamo sicuramente il meglio”.
La mia prima volta fu con “La guerra di Piero” ma avevo 10 anni e non capii un cazzo e ricordo che non mi piacque affatto. Poi, sette anni fa, quando avevo 13 anni, quel cantante morì. Vidi dei servizi al tg1, ci furono alcuni speciali in onda. Ascoltai delle canzoni molto belle, molto orecchiabili, delle canzoni quasi popolari. Ma ciò che mi incuriosì fu la voce; una voce penetrante che avrei voluto avere…
“Cosa abbiamo di De André?”
“Elleppì… stanno tutti lì, nel solito posto”
Fu mio padre ad iniziarmi a De André, ma fu De André ad iniziarmi al pensiero. Ascoltai per la prima volta “Storia di un impiegato” (non ricordo il titolo preciso) e ricordo che non tutto mi piacque. Troppo triste, non fa per me. Ascoltai altre canzoni, e pian piano lo abbandonai. “Non sono affatto d’accordo”, dicevo… eppure lo conoscevo proprio poco.
Dopo, entrai in seminario e trovai un prete che mi prestò “la Buona Novella”. Da lì, cambiò tutto. Riascoltai “Storia di un impiegato” e mi accorsi che quel trentenne ero io. Dopo alcuni mesi, uscii e stetti con una ragazza. E “Verranno a chiederti del nostro amore” sembrava scritta apposta per me. Sempre quel disco mi ha accompagnato per anni, “sono riusciti a cambiarci, ci hanno cambiati lo sai…”.
E poi divenni un blasfemo e il matto del villaggio: violentato psicologicamente per trovarmi l’anima a forza di botte, mentre cercavo di imparare la Divina Commedia a memoria. Ma dopo venne un lavoro in campagna che subito mollai. Per caso, ascoltai “Il fannullone” e forse per autosuggellazione, forse per pia illusione, divenni quel fannullone, cominciai a raccontare a poche persone ciò che mi passava per la testa, amai la mia donna come il giro di una danza, ripresi a dormire per quattordici ore, e scrivevo poesie per lei.
Non so se sono ancora un fannullone, forse sì, ma so che sto diventando un malato di cuore.

L’assenza di Faber

Oggetto: L’assenza di Faber
Da: “Gamma83″
Gruppi di discussione: it.fan.musica.de-andre
Data: 12 Jan 2006 00:08:37 -0800

«Ma tu che vai / ma tu rimani».
E tu sei rimasto,
in effetti non te ne sei mai andato,
anche se una parte di te
è volata via in un «inverno»
di sette anni fa.
Il suono di un disco
restituisce intatta
la tua voce
magica,
che dipinge quadri e uomini
a tócchi di parole.
Sei ancora lì
a raccontare storie
di umana comprensione,
a strappare all’oblio
vite difficili
e «storie sbagliate»;
non smetti
di cantare canzoni
di ragazze sfortunate
cui hai addolcito la fine,
di ladroni umani
che imparano l’amore
meglio
di supposti “giusti”,
di chi non ce l’ha fatta
e non sa confessare
la propria paura.
Cerchiamo ancora
i racconti
di un «amico fragile»,
che non si arrende
a sapere che
Geordie è stato impiccato
di nuovo
e un generale,
di venti o quarant’anni,
ha compiuto
un’altra strage.
Eppure,
quando il disco finisce,
ritorna il silenzio:
un silenzio
assordante
che rivela
la tua assenza.
Non basta
il pensiero
delle nuvole
rincorse dai bambini
o di un pescatore
assopito
al sole ormai caduto:
rimane il vuoto,
l’ombra di una voce
ed il bisogno
del ricordo.

5 gennaio 2006

messico e nuvole

Archiviato in: Di tutto, di più, il giovane Holden, musica — nicola @ 1:26 am

Messico e nuvole
Paolo Conte

Lei è bella, lo so
è passato del tempo e io
ce l’ho nel sangue ancor…

(continua…)

3 gennaio 2006

ruggierobros

Archiviato in: Di tutto, di più — nicola @ 8:00 pm

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