Le scrivo?
Le scrivo? E cosa? Una lettera, un sms, una poesia? Non lo so. No, la mia non è paura, Cécile, tutt’altro. Vorrei scrivere qualcosa di originale, anche se forse qualcosa di banale a lei piacerebbe ugualmente. Ma non ne sono sicuro, così come non sono sicuro di vederla questa sera. Sì, è vero, faccio ciò che avrei voluto fare, vivere alla giornata, con poche programmazioni future. Un’altra verità è che lei mi manca, e mi mancherà. No, non ci siamo lasciati Cécile, ascoltami. Guardo le rose che trionfano e sbordano dalla terrazza, immerse nel sole cocente di quest’estate incredibilmente afosa. Il barometro indica che anche oggi non pioverà, e mio padre si riempie il bicchiere d’acqua frizzante. Gli piace, non lo nego. No, Cécile, non andare via, ho ancora altro da dirti. Lei mi manca, perché non le ho ancora fatto vedere le rose in terrazza, né le ho fatto chiudere gli occhi quando il vento si mostrava freddo e leggero. Mi mancano le esperienze fatte in comune, tra me e lei. Certo, Cécile, lo sappiamo entrambi: ciò non dipende né da lei né da me, ma da ataviche vicende e concezioni del mondo. Alcune cose, però va detto!, sono cambiate. Lei non è più quella di una volta, ed entrambi ne siamo felici. I suoi diciassette anni sono particolari e per molti aspetti, se non tutti, opposti ai miei. Ma mi manca. Perché conosco i suoi incubi, e non i suoi sogni.

