A dispetto di ciò che può evocare il nome, “Vaffanblues” è il nome del gruppo musicale molese di cui mi onoro di essere il quinto membro. Anche se a livello amatoriale (che già è una parola grossa) suonicchio il saxofono contralto e un flauto traverso da battaglia, il mio ruolo all’interno del gruppo non è quello del musicista. Il mio strumento è ben altro, ma è altrettanto flessibile: sono le parole. Sono il paroliere dei Vaffanblues. Ok ok, già vi vedo a sbudellarvi dalle risate, a pensare ad ammiccamenti tipo “eh, avrai superato selezioni durissime!”. Beh, ridete quanto volete, ma vi invito a trovare un gruppo musicale molese che abbia la figura del paroliere; non ho intenzione di vantarmi: i testi che scrivo non sono solo miei, poiché essi nascono dall’integrazione che c’è nel gruppo e dalle idee e suoni che gli altri partoriscono. Per me è sempre stato così: tutti i testi (che siano poesie o racconti) che ho scritto non sono nati da riflessioni sul proprio ombelico, ma da una vera interazione con il mondo esterno; se qualcuno ha detto delle frasi che mi hanno colpito, le riporto quasi per intero, a volte stravolgendole a volte usandole a dovere. Per questo molte le ho scritte al liceo, durante le ore di lezione, oppure dopo incredibili serate a raccontarsi storie.
A Mola sono pochi i gruppi che non fanno solo cover; ancor di meno sono quelli i cui testi sfiorano la decenza e si staccano dalla banalità.
Coi Vaffanblues stiamo portando avanti un bel progetto: un concept album, pensato su varie figure e personaggi. Per ora non vi dirò di più, è un progetto in itinere, in continua evoluzione e stravolgimento, sia sonoro sia testuale. È fantastico far parte di un gruppo così eterogeneo eppure unito. Sento che mi sto formando, che continuo a crescere e a esprimere ciò che voglio anche in altre maniere.