Dicevano di non prestarvi attenzione, ma loro, gli squilibrati, ne avevano fatta una ragione di vita. Fu così che K. si avvicinò ciondolando con la bottiglia del liquore ancora mezzapiena, ancora mezza attaccata alle sua labbra. Mi chiese una sigaretta e da accendere, ma non seppi aiutarlo; non avevo neanche soldi da prestargli. Mi guardò con una certa pietà, con occhi lucidi:
“Sappi che mi dispiace - singhiozzò - eppure dovresti saperlo benissimo. Tutto ciò che abbiamo costruito è stato distrutto”
Gli diedi una pacca sulla spalla, dandogli la solita ragione a cui s’era abituato da diversi anni. Gli lasciai un invito per il 21 marzo sera, reciteranno le mie poesie al Palazzo Alberotanza-Roberti nel mio paese.
“Poesie, eh? Forse non lo sai, e forse non dovrei neanche essere io a dirtelo. Si sa, uno come me non è adatto alle condoglianze. Fui anche io poeta, e morii quando cominciarono a dirmi la verità. Perché la poesia è menzogna e la verità è sterile quotidiano.”