diario di un fannullone

8 giugno 2006

solitudine

La solitudine shackerata (si scriverà così??) alla stanchezza e al sonno arretrato (tanto, tantissimo, troppo) è versata nel bicchiere opaco dell’incertezza.

Se non sto con lei o con dei veri amici (zio Vomito e Parvoccio e pochissimi altri/e), vorrei stare davvero solo. S o l o. Solo in questa stanza. Con me, solo silenzio dalla umane vicissitudini e forse un po’ di musica. E invece no. Vado a mangiare e non posso cucinarmi qualcosa di caldo perché ho la Clerici e Magalli che tentano di fare la pizza. E vabbè. Ora c’è l’orso e Candy Candy che con la loro presenza mi danno un tremendo fastidio.

Sì, oggi sono odioso. E se può interessarvi, è da ieri che vorrei gridare la mia rabbia, spaccare qualche cosa contro qualcos’altro. Ma penso che andrò a dormire.

Questo è il mio pensiero di ieri, uguale a quello di oggi.

Si sperava una pioggia incessante all’alba.
Si sperava dell’affetto da ricevere.
Si sperava di non perdere tempo con altra gente. C’è chi fa lo scemo per non andare a fare la guerra.
Si sperava che quando la gente è incazzata per i fatti suoi, non si riversi prepotentemente sugli altri. Ma è una storia che va avanti da tanto tempo, con punte nella primavera passata.

Si sperava. Si spera che domani sia diverso.

Vado a preparare il caffè per domani mattina.

22 gennaio 2006

Odio gli indifferenti

Copiato dal blog del compagno Francesco, mi faccio gli auguri con uno dei tanti testi di un grande intellettuale la cui cognata aveva il nome più bello in assoluto.

Odio gli indifferenti

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva; e la massa ignora, perché non se ne preoccupa: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti

Antonio Gramsci, 1917

12 gennaio 2006

7 anni fa

Una voce ingenua:
“Ma cosa abbiamo di De André?”
“Tutto, e se non abbiamo tutto, abbiamo sicuramente il meglio”.
La mia prima volta fu con “La guerra di Piero” ma avevo 10 anni e non capii un cazzo e ricordo che non mi piacque affatto. Poi, sette anni fa, quando avevo 13 anni, quel cantante morì. Vidi dei servizi al tg1, ci furono alcuni speciali in onda. Ascoltai delle canzoni molto belle, molto orecchiabili, delle canzoni quasi popolari. Ma ciò che mi incuriosì fu la voce; una voce penetrante che avrei voluto avere…
“Cosa abbiamo di De André?”
“Elleppì… stanno tutti lì, nel solito posto”
Fu mio padre ad iniziarmi a De André, ma fu De André ad iniziarmi al pensiero. Ascoltai per la prima volta “Storia di un impiegato” (non ricordo il titolo preciso) e ricordo che non tutto mi piacque. Troppo triste, non fa per me. Ascoltai altre canzoni, e pian piano lo abbandonai. “Non sono affatto d’accordo”, dicevo… eppure lo conoscevo proprio poco.
Dopo, entrai in seminario e trovai un prete che mi prestò “la Buona Novella”. Da lì, cambiò tutto. Riascoltai “Storia di un impiegato” e mi accorsi che quel trentenne ero io. Dopo alcuni mesi, uscii e stetti con una ragazza. E “Verranno a chiederti del nostro amore” sembrava scritta apposta per me. Sempre quel disco mi ha accompagnato per anni, “sono riusciti a cambiarci, ci hanno cambiati lo sai…”.
E poi divenni un blasfemo e il matto del villaggio: violentato psicologicamente per trovarmi l’anima a forza di botte, mentre cercavo di imparare la Divina Commedia a memoria. Ma dopo venne un lavoro in campagna che subito mollai. Per caso, ascoltai “Il fannullone” e forse per autosuggellazione, forse per pia illusione, divenni quel fannullone, cominciai a raccontare a poche persone ciò che mi passava per la testa, amai la mia donna come il giro di una danza, ripresi a dormire per quattordici ore, e scrivevo poesie per lei.
Non so se sono ancora un fannullone, forse sì, ma so che sto diventando un malato di cuore.

31 dicembre 2005

l’ultima notte del 2005

È vero, è l’ultima notte del 2005 e sono veramente contento della serata appena passata. Che pace

22 dicembre 2005

vertigine

Finalmente s’è svegliato e ha ripreso a fare belle canzoni

la vertigine non è
paura di cadere
ma voglia di volare

8 ottobre 2005

leggendo Cesare Pavese

Sei il mio fiato
in una notte
d’inverno,
sei quella paura
che mi morde
la gamba
ogni sera,
sei quella penna
che scrive poesie,
e che mi ha
tagliato il dito.
Sei sangue vivo,
sei vita,
sei morte,
sei un dolore
imprescindibile,
fai male
ma sei vera,
illusione di miele
che nulla ha di dolce,
che nulla ha di amaro,
sei il sangue d’una ferita
inferta al candido latte
della tua pelle,
sei una risata
sincera,
sei vita, sei morte,
irraggiungibile verità.

29 luglio 2005

epigramma

Archiviato in: Di tutto, di più, con lei, pace, pensieri in libertà, poesia — nicola @ 9:55 am

Noi non avremo pace in questo mondo
il vento ci accarezzerà nel viaggio
e le risate allieteranno ferite
fresche di lama: loro non ci avranno.

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