madre
Madre
Madre, sto per partire,
non temere per me,
ho pane e acqua quanto basta
e la mia foto (di me non più glabro)
nella tua tasca riposa.Saluta i miei fratelli
ormai restii a tracciare un abbraccio
o
un saluto;
fallo tu per me.
Madre
Madre, sto per partire,
non temere per me,
ho pane e acqua quanto basta
e la mia foto (di me non più glabro)
nella tua tasca riposa.Saluta i miei fratelli
ormai restii a tracciare un abbraccio
o
un saluto;
fallo tu per me.
E perché? Rigirarsi nelle fredde coperte mormorando parole senza senso ascoltando la voce nel sonno dei coinquilini per fare cosa?
Vuoi sapere una cosa? Ti stai prendendo troppo sul serio, e non va bene. E sorridi un po’, di poetucoli tristi e ammaestrati ne abbiamo sin troppi. Ne vorremmo uno allegro, che racconti barzellette soprattutto quelle sporche con l’immancabile Pierino. E invece no, ti prendi una birra e te ne stai seduto là, a fissare i muri. Hai finito la “Poetica” di Aristotele, che ti ha divertito. Quando dovevi studiarla non sembravi così divertito e invece ora fai queste cose per “diletto”…
Stai leggendo le “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci, per sembrare intellettuale agli occhi degli sprovveduti. Ma lo sappiamo, stai cercando solo di poter copiare delle belle frasi che il sardo scrisse alla cognata Tatiana sperando di sognare che sia tu a dirgliele.
Hai una pila di libri che proteggono la scrivania del computer dalla polvere. Tra tre minuti sono le quattro di mattina. Ripensi a quei quindici minuti di stasera che ti hanno cambiato la serata. Ripensi a quanto ti sei comportato male, ma te ne fai una ragione e alla fine ti dai anche ragione.
D’altronde, io e te chi siamo? Forse sei cambiato sul serio, in peggio.
Per chi riduce la poesia a mera comunicazione di sentimenti, e per me stesso in ricordo di un temporale da venti minuti, propongo una poesia di Franco Fortini
Traducendo Brecht
Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.
A dispetto di ciò che può evocare il nome, “Vaffanblues” è il nome del gruppo musicale molese di cui mi onoro di essere il quinto membro. Anche se a livello amatoriale (che già è una parola grossa) suonicchio il saxofono contralto e un flauto traverso da battaglia, il mio ruolo all’interno del gruppo non è quello del musicista. Il mio strumento è ben altro, ma è altrettanto flessibile: sono le parole. Sono il paroliere dei Vaffanblues. Ok ok, già vi vedo a sbudellarvi dalle risate, a pensare ad ammiccamenti tipo “eh, avrai superato selezioni durissime!”. Beh, ridete quanto volete, ma vi invito a trovare un gruppo musicale molese che abbia la figura del paroliere; non ho intenzione di vantarmi: i testi che scrivo non sono solo miei, poiché essi nascono dall’integrazione che c’è nel gruppo e dalle idee e suoni che gli altri partoriscono. Per me è sempre stato così: tutti i testi (che siano poesie o racconti) che ho scritto non sono nati da riflessioni sul proprio ombelico, ma da una vera interazione con il mondo esterno; se qualcuno ha detto delle frasi che mi hanno colpito, le riporto quasi per intero, a volte stravolgendole a volte usandole a dovere. Per questo molte le ho scritte al liceo, durante le ore di lezione, oppure dopo incredibili serate a raccontarsi storie.
A Mola sono pochi i gruppi che non fanno solo cover; ancor di meno sono quelli i cui testi sfiorano la decenza e si staccano dalla banalità.
Coi Vaffanblues stiamo portando avanti un bel progetto: un concept album, pensato su varie figure e personaggi. Per ora non vi dirò di più, è un progetto in itinere, in continua evoluzione e stravolgimento, sia sonoro sia testuale. È fantastico far parte di un gruppo così eterogeneo eppure unito. Sento che mi sto formando, che continuo a crescere e a esprimere ciò che voglio anche in altre maniere.
sempre dal Diario del giovane Holden, opportunamente rivisto (e corretto)
Ti ho visto, sai?, mentre frugavi nelle mie tasche e nella mia tabacchiera in cerca di chissà che cosa. T’è andata male, non hai trovato nulla, giacché non riuscirai mai con un solo sguardo ad impossessarti di me. So le tue intenzioni, le conosco a menadito e ti dirò di più, so dove vuoi spingerti, dove vuoi spingermi, dove vuoi fottermi. Ma non ci riuscirai, amico, te l’ho detto: sono tre volte più stronzo di te e il tuo sguardo ha un gusto già assaggiato, già scartato, come una birra calda d’estate, di quelle più scadenti, di quelle che ti pagano per comprarle. E ora mi dirai, vecchio mio, che tu sei diverso dagli altri, hai quel “non so che” che fa ammaliare, mi parli della tua giornata e mi guardi con voglia di sesso, ma sai benissimo che non avrai nulla, né il mio ascolto né il mio sudore. Perché non ho voglia di appartenerti, né minimamente ambisco a sfiorarti o aspirarti per viaggiare come un dannato, per poi svenire nel tuo letto. No. Voglio dormire da solo e svegliarmi al mattino dando pugni alla sveglia delle 4:30, girarmi e immaginare un cielo un po’ più chiaro.
Ricordi la girandola in terrazza?
Stanotte l’ho vista giocare e
suonare con un vento che migrava
verso est, assieme al mio respiro
sempre più grave, mentre a torso nudo
ho cavalcato una domanda,
baciato un ideale, stuprato un sogno
ricorrente e riletto Majakovskij.
Non ricordo nemmeno da che album è tratta, però voglio condividerla con voi.
Di Enzo Del Re, detto Carvàun (carbone).
La repubblica è fondata
sul lavoro
viva il lavoro
non importa quale
non importa dove
non importa come e con chi e perché.
Io c’ho il problema da sopravvivenza
faccio caroselli,
mitra, manganelli,
faccio caroselli
come i poliziotti,
mitra, candelotti
contro gli studenti,
contro gli operai
contro chi si batte per la libertà.
(2 volte)C’è troppa gente in giro che c’ha
il problema da sopravvivenza,
ma non si ribella
e continua a sopravvivere dentro la merda.

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