madre
Madre
Madre, sto per partire,
non temere per me,
ho pane e acqua quanto basta
e la mia foto (di me non più glabro)
nella tua tasca riposa.Saluta i miei fratelli
ormai restii a tracciare un abbraccio
o
un saluto;
fallo tu per me.
Madre
Madre, sto per partire,
non temere per me,
ho pane e acqua quanto basta
e la mia foto (di me non più glabro)
nella tua tasca riposa.Saluta i miei fratelli
ormai restii a tracciare un abbraccio
o
un saluto;
fallo tu per me.

Oggi alle 18 comincerà la serata di premiazione del 1° concorso “Claudia Ruggeri”, un talento salentino suicida tanti anni fa, che ebbe il coraggio di volersi confrontare col poeta Fortini, malgrado la complessa diversità che li caratterizzava.
Le associazioni “Terra d’Ulivi” col fondo Verri e il circolo Arci “Pane e Tulipani” hanno organizzato questo concorso il cui premio consiste nella pubblicazione dei primi posti nelle categorie “poesia” e “scrittura creativa” (prosa). Non ho fatto il primo posto, ma sono stato segnalato dalla giuria, e ciò mi permetterà la pubblicazione di nove poesie che ho mandato.
Stasera reciterò questa poesia, accompagnato alla chitarra a dodici corde da Giuseppe Pascucci:
Viaggi
Ricordi la girandola in terrazza?
Stanotte l’ho vista giocare e
suonare con un vento che migrava
verso est, assieme al mio respiro
sempre più grave, mentre a torso nudo
ho cavalcato una domanda,
baciato un ideale, stuprato un sogno
ricorrente e riletto Majakovskij.Quand’è maestrale puoi ascoltare i treni
che si trascinano pesanti
ma rapidi e rapiti anch’essi dall’alba
che scopre scritte vergognose
nella stazione d’un piccolo paese.
Con estrema lentezza la stazione
riacquista quelle sfumature
e quei contorni rudi e definiti
dalla scriminatura di quel
cielo mai stato un verginello;
e riconosco le sue nervature,
e i suoi grigi rigonfiamenti adulti,
la madre tenera e severa
ch’influenza quei nostri comportamenti.Si parte perché non si sa restare:
la strada ferrata ci guiderà,
il battito delle tue ciglia
marcherà il confine tra le fermate
e il conoscere e il tuo urlo irto
si sfogherà in lacrime vecchie
che sanno d’un passato maï andato.
Mi spari addosso queste tue cartucce
di piombo caldo mentre cerco
il sonno dopo aver gridato cosa
m’intimorisce quand’è giorno.
Domani, forse, metto il video.
Video inserito
Qualcuno un giorno mi disse che l’avevo terribilmente offeso con le mie parole. Non capii a cosa si riferisse, ciò che gli avevo detto l’avevo fatto con ingenua superficialità. Eppure, si offese; ma mi voleva bene e pur perdonandomi a stento continuò ad amarmi o perlomeno a volermi bene. Ma un giorno mi disse che il pensiero verso quelle parole da me maledettamente dette lo opprimeva, non lo faceva dormire la notte e durante il giorno lo straziava. Ma non ebbe il coraggio di dirmelo, si affidò al suo diario personale, alla sua carta ingiallita e rovinata dall’umidità. A casa sua, dopo un caffè, si addormentò sul divano davanti al televisore spento; per caso vidi il suo diario e furtivamente lo lessi. Forse non avrei mai dovuto farlo; penso che da quel giorno sono impazzito e arrivo in certi momenti a esclamare che “lui non avrebbe mai dovuto scrivere una cosa del genere, perché io per vicende imprescindibili e impercettibili della vita prima o poi avrei letto quelle cose, nel suo diario o nei suoi occhi”. Continuai a leggere il suo diario ogni qual volta lui si addormentava dopo il caffè, e un giorno, il 7/7/’77 (ma io lo lessi trent’anni dopo), con una scrittura dislessica e poco chiara annotò di quel giorno una prosa con tanti accapo:
Il mercato delle parole
Se è vero che le parole hanno un senso
e che non sono fatto di maestrale
ma di scirocco afoso e asfissiante
ti porterò la pioggia nel mio maree nelle tasche della tua notte
infilerai le quattro monetine
di ruggine che prima m’hai lanciato
e che ora hai raccolto lì da terra.Andrai al mercato delle mie parole,
ti comprerai quelle che non sai dire
ma tu svegliata dal morboso sonno
le vedrai opache, prive di te stessa.Vomiterai parole già pensate
mai dettte ma invocate dalla colpa
sarà come un’estate con la neve.
Per chi riduce la poesia a mera comunicazione di sentimenti, e per me stesso in ricordo di un temporale da venti minuti, propongo una poesia di Franco Fortini
Traducendo Brecht
Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.
A dispetto di ciò che può evocare il nome, “Vaffanblues” è il nome del gruppo musicale molese di cui mi onoro di essere il quinto membro. Anche se a livello amatoriale (che già è una parola grossa) suonicchio il saxofono contralto e un flauto traverso da battaglia, il mio ruolo all’interno del gruppo non è quello del musicista. Il mio strumento è ben altro, ma è altrettanto flessibile: sono le parole. Sono il paroliere dei Vaffanblues. Ok ok, già vi vedo a sbudellarvi dalle risate, a pensare ad ammiccamenti tipo “eh, avrai superato selezioni durissime!”. Beh, ridete quanto volete, ma vi invito a trovare un gruppo musicale molese che abbia la figura del paroliere; non ho intenzione di vantarmi: i testi che scrivo non sono solo miei, poiché essi nascono dall’integrazione che c’è nel gruppo e dalle idee e suoni che gli altri partoriscono. Per me è sempre stato così: tutti i testi (che siano poesie o racconti) che ho scritto non sono nati da riflessioni sul proprio ombelico, ma da una vera interazione con il mondo esterno; se qualcuno ha detto delle frasi che mi hanno colpito, le riporto quasi per intero, a volte stravolgendole a volte usandole a dovere. Per questo molte le ho scritte al liceo, durante le ore di lezione, oppure dopo incredibili serate a raccontarsi storie.
A Mola sono pochi i gruppi che non fanno solo cover; ancor di meno sono quelli i cui testi sfiorano la decenza e si staccano dalla banalità.
Coi Vaffanblues stiamo portando avanti un bel progetto: un concept album, pensato su varie figure e personaggi. Per ora non vi dirò di più, è un progetto in itinere, in continua evoluzione e stravolgimento, sia sonoro sia testuale. È fantastico far parte di un gruppo così eterogeneo eppure unito. Sento che mi sto formando, che continuo a crescere e a esprimere ciò che voglio anche in altre maniere.

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